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Bridgerton, Shonda Rhimes e il telefilm perfetto

Bridgerton

In questo periodo di festività ho avuto modo di leggere più del solito e vedere tanti film interessanti. Oltre alle classiche storie natalizie come Soul di Walt Disney ed entrambi i Mamma Ho Perso L’Aereo (che per quanto stravisti riescono ancora a far ridere) ho apprezzato molto Bridgerton, l’ultima fatica prodotta da Shonda Rhimes. Con la sua casa di produzione televisiva Shondaland, la sceneggiatrice e imprenditrice americana ha sfornato una serie di successi iniziando dal monumentale Grey’s Anatomy passando per Private Practice e Le Regole del Delitto Perfetto.

Bridgerton è innanzitutto una novità come progetto, essendo il primo accordo tra l’azienda di Shonda Rhimes e il colosso di streaming Netflix. Collaborazione che fu annunciata il 20 luglio 2018, citando l’adattamento dei romanzi di Julia Quinn chiamati appunto come la serie.

Così come la saga di romanzi è stata un successo con 29 best seller nella classifica USA, altrettanto si può dire del telefilm che in pochi giorni è già tra i programmi più visti di sempre sul portale americano. E il successo non è solo per la trama ma per la sapiente mano di Shonda Rhimes che sa come tenere il suo pubblico incollato allo schermo.

E io ne sono stata una vittima. Appena visto il primo episodio (caldeggiato da parecchi amici) ho subito riconosciuto quel miscuglio tra Gossip Girl, con la sua voce – pettegola – narrante e quel capolavoro che è Orgoglio e Pregiudizio di Jane Austen. Ma allo stesso tempo, non mi sono neanche accorta come, mi sono ritrovata incollata a vederli uno dopo l’altro, in attesa di scoprire l’identità (no spoiler ma l’avevo capito) di Lady Whistledown.

O forse un po’ di trucchetti con cui hanno catturato il pubblico si possono intuire! Partendo da quell’ambientazione storica alla corte dei reali inglesi che piace tanto agli spettatori e alle cronache, come The Crown e Meghan Markle ci insegnano. E poi c’è la nostra indole nostalgica che in un’epoca di webinar e call a ogni ora del giorno ci fa quasi rimpiangere questi aggeggi che usiamo ogni giorno.

Non mi soffermerò sulla scontata presenza di bellocci e bellocce che fa sempre presa sul pubblico globale o sul tenere il fiato sospeso ma andrò dritta al punto cruciale. Bridgerton è un telefilm di diversità e inclusione e proprio qui racchiude la sua forza.

Qualunque forma di emarginazione, esclusione, sofferenza o incomprensione voi potete avere subito, nei telefilm di Shonda Rhimes questa troverà spazio. Un piccolo angolo di conforto in cui vi sentirete capiti e anche meno soli. E Bridgerton non fa eccezione, anzi.

Per l’occasione, si va a rispolverare una vecchia leggenda, mai confermata, secondo cui la Regina Carlotta di Meclemburgo-Strelitz (interpretata dall’attrice britannica Golda Rosheuvel) sposata dal 1761 con il Re Giorgio III del Regno Unito fosse di colore, appartenente ad un ramo africano.

Ed ecco che nel telefilm prende vita un mondo in cui (finalmente) il colore della pelle passa in secondo piano lasciando ampio spazio ai temi principali di relazione e dell’accasarsi, focus della serie.

C’è quindi un miscuglio tra tempi antichi e moderni, sottolineati anche da una degna colonna sonora. Brani di musica pop moderni adattati ad essere suonati da violini: da “Girls like U” dei Maroon 5 a “In My Blood” di Shawn Mendes. Degna di nota la versione tutta archi di “Bad Guy” Di Billie Eilish.

A proposito di musica, che è sempre la protagonista principale dei post di questo blog, in questi pomeriggi festivi ho letto un piccolo volume sulla musica contemporanea scritto da Emanuele Arciuli. Un libro molto interessante che riporta la seguente frase che, secondo me, ben si adatta anche a questo tipo di contaminazioni:

Il mondo sta cambiando, totalmente. E non è immaginabile che non cambi anche il rapporto fra musica e pubblico.

Ben vengano quindi le sperimentazioni musicali con altre tipologie di espressione artistica, anche con le serie tv.

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