Sostenibilità: chi salverà (davvero) il pianeta?

Che sostenibilità sarebbe stata la parola più usata dell’anno, l’avevamo capito già da tempo. Ancora prima lo hanno capito gli svedesi (nella foto, Stoccolma) che sono il modello più virtuoso in Europa sulle tematiche green. Quest’articolo è dedicato a capire meglio il fenomeno e le sue implicazioni ma anche a raccontare nel concreto come noi cittadini italiani, nella vita di ogni giorno ci relazioniamo all’ambiente.

In particolare, ho sottoposto una survey con sei semplici domande (concrete) a 113 amici tramite passaparola, per capire come vivevano il tema e cosa facevano al riguardo. Ovviamente nel farlo mi sono posta un target inclusivo, quindi non parlo di quote rosa ma persone diverse tra loro per fasce d’età, regioni, interessi, religione e anche nazionalità ma tutti presenti sul territorio italiano.

Non sono affatto una luminare del tema (non ho risposte assolute) ma mi interessa molto e volevo rendermi conto nel mondo che mi circonda come viene vissuto questo cambiamento sul piano personale (e lontano dalle logiche aziendali).

Ma partiamo dall’inizio.

Parliamo di sostenibilità

Come succede sempre in questi casi, il nostro cuore è a metà: da una parte la consapevolezza che senza parlare di sostenibilità non andremo da nessuna parte, perché c’è bisogno di sensibilizzare e dar vita ad azioni concrete ma dall’altra c’è il timore di vedere esperti e guru parlare e bombardarci di questi concetti, senza che poi nulla possa cambiare davvero.

Molto spesso capita che a parlarne si perde di vista il vero scopo così come il motore dell’azione. O peggio, come talvolta succede negli ecosistemi tech, si diventa troppo specializzati e ci si dimentica quello che davvero serve nella vita di ogni giorno. Detto in parole povere: questa cosa è utile davvero o è utile solo per quegli esperti che dicono che sia utile?

Ma quando si parla di sostenibilità non stiamo parlando del destino di un’azienda, ma del nostro Pianeta. La sensibilizzazione degli ultimi anni nasce dalla necessità di non poter più rimandare. A dircelo sono le centinaia di specie di animali che stanno velocemente scomparendo (per esempio, basta pensare alla mostra di Salgado su questo), i ghiacciai che si sciolgono o le giornate troppo calde per essere febbraio a Milano.

Per contestualizzare, riprendo un post che avevo scritto tempo fa su Linkedin, che iniziava così:

This is the time to rebuild more equal, inclusive and resiliente societies.

UN Secretary- General Antonio Gutteres

In accordo con gli obiettivi di sviluppo, le nazioni Unite hanno richiamato a un piano pratico operativo attraverso l’emanazione nell’ormai lontano 2015 dei Sustainable Development Goals ovvero gli obiettivi di sviluppo sostenibile. Ben prima di una crisi Covid.

Si tratta di 17 obiettivi (#17GlobalGoals) che compongono un’agenda di azioni per proteggere il pianeta e creare prosperità nel mondo e combattere su scala globale la povertà, l’inquinamento e creare prosperità in accordo con diritti umani, diritti dei lavoratori, ambiente e corruzione.

Sottoscritti da tutti i 193 Paesi del mondo si tratta di azioni importanti per le future generazioni che hanno l’obiettivo di una prosperità entro il 2030.

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Panoramica sui 17 obiettivi dal sito ufficiale: https://www.un.org/sustainabledevelopment/

Un richiamo quello delle Nazioni Unite, fatto ai governi in primis ma dedicato a tutte le aziende che sono chiamate a proteggere e promuovere i diritti umani creando un ambiente lavorativo che possa essere ecosostenibile ma anche socialmente inclusivo della diversità.

Il cambiamento parte dalle multinazionali, quindi.

Corporate Social Responsibility

  • Evoluzione dell’organizzazione
  • Innovazione del Business Model
  • Adattamento organizzazionale
  • Decision Making Strategico
  • Cognizione Manageriale

Quando parliamo di queste cinque aree stiamo dicendo una cosa sola: abbiamo bisogno di un cambiamento e chiunque abbia un prodotto deve necessariamente sposare i valori della Corporate Social Responsibility.

E attenzione, non si parla solo del business ma del mindset delle persone che fanno parte di quell’azienda. Ogni piccola azione messa in atto da un’organizzazione con un impatto notevole non fa altro che avere ripercussioni su scala globale. 

Ecco perché l’azione giusta può davvero fare la differenza. In meglio.

Un esempio? 

Non si tratta solo di Patagonia, azienda che su sostenibilità, responsabilità sociale ed economia circolare ha creato un business ancora prima che qualcuno parlasse della necessità di azioni eco-consapevoli nelle aziende. Parliamo invece di Walmart che dopo aver ridotto il consumo elettrico nei suoi store (parliamo di circa 10000 unità) ha anche avviato delle campagne etiche per ridare impulso all’economia di quartiere.

Le decisioni a breve termine: il vero nemico

Il punto focale è iniziare a spostare il focus di chi prende le decisioni a pensare alle conseguenze a lungo termine delle loro azioni e non a considerare solo l’impatto del breve termine. E qua richiameremmo l’economia del comportamento ma non sviamo e parliamo piuttosto delle conseguenze sistemiche.

Celebre l’esempio della lettera di Larry Fink, CEO di Black Rock, che nel 2019 chiede ai suoi amministratori delegati di ridurre i dividendi ma di badare alle scelte a lungo termine per avere un reale successo citando anche l’impatto sul climate change in ogni loro scelta.

Nelle parole di Larry Fink sono tre i concetti principali che se ne ricavano:

  • i manager sono responsabili del lungo termine dell’azienda;
  • il long term è amico della trasparenza e permette di contrastare le azioni illecite delle short term;
  • non bisogna guardare solo all’investimento ma anche all’impatto sociale e ambientale.

Link lettera: https://www.blackrock.com/it/investitori-privati/approfondimenti/larry-fink-ceo-letter

Tutto questo può solo portare un beneficio all’azienda stessa perché con i giusti valori e la giusta comunicazione le aziende che badano all’impatto sociale e ambientale, in questa maniera saranno in grado di attrarre i giusti investitori.

Ma non è solo questo. La verità è che spostare il focus temporale va ad influenzare il modo in cui pensiamo.

  • Il cambiamento climatico
  • Lo sviluppo economico
  • La Migrazione
  • I Diritti umani

Questi quattro pillars dovrebbero guidare le scelte di governi, aziende, società civile ed individui e solo grazie a una coesa azione di ognuno di questi stakeholder si potrà parlare realmente di sviluppo.

Ricordiamo inoltre che chi persegue il proprio interesse finisce con il danneggiare le risorse comuni che sono alla base del benessere proprio e altrui. I profitti immediati feriscono la capacità di produrre valore economico nel lungo periodo.

Un nuovo approccio per la sostenibilità

Occorre quindi sviluppare un nuovo approccio proprio a livello di pensiero generale cercando ed esplorando nuove strategie, un nuovo modo di fare. Un comportamento trifasico.

  1. Proteggere
  2. Rispettare
  3. Porre rimedio

Solo così si potrà creare un impatto positivo, mattone dopo mattone.

Un mondo green è possibile!

Questo il titolo della survey che qualche mese fa ho inoltrato in un weekend ad un gruppo di amici, chiedendo di farla girare anche tra genitori, nonni e fratellini più piccoli (noi millennial siamo già anziani ormai). No social media ma solo passaparola privato: qualche messaggio su whatsapp e una storie su instagram con condivisione solo tra gli amici più stretti. Il bello è stato aver creato un gruppo davvero variegato di 113 persone. La survey non è stata somministrata ad esperti di sostenibilità, preciso 🙂

La maggioranza è compresa nella fascia 30-40 anni, con la fascia 23-30 ma anche +60 a seguire. Questo assicura abbastanza peso di due generazioni completamente diverse. Sappiamo che gli under 30 sono tra i più attenti alle tematiche ambientali e alle relative sensibilizzazioni. Però è interessante che ci sia anche una fascia più senior nelle risposte (un quarto degli intervistati è over 50).

La prima domanda è la più scontata: quanto ti senti attento alle tematiche ambientali nella tua vita quotidiana, ovvero se metti in pratica qualche azione concreta per dare il tuo contributo. Intendendo la risposta 3 come una buona sufficienza, solo 6 intervistati (meno del 5%) hanno detto di no. Quindi questo fa capire che la sensibilizzazione di cui parlavamo prima sta funzionando e ha posto in luce una coscienza al riguardo.

Questa è una delle domande più interessanti perché entra nel vivo degli SDGs e tra le tante voci segnalate svettano due. In primis il tema delle energie rinnovabili, visto quindi come il trend del futuro per salvare il pianeta e a seguire l’istruzione di qualità. Ancora a seguire troviamo la riduzione delle disuguglianze e la lotta contro il cambiamento climatico. Possiamo dire che sia l’aspetto umano che quello ambientale sono quindi avvertiti come importanti in egual misura (per fortuna, aggiungerei).

Ricollegandoci al discorso della sostenibilità in azienda, questa domanda è proprio orientata a capire come le persone percipiscono i vari stakeholders e chi si può porre come risolutore del problema. Sottolinerei che la survey è stata somministrata a quasi 10 mesi dall’inizio della pandemia e questo ha sicuramente influenzato le risposte. La parte più rilevante è quindi che più della metà degli intervistati si sente responsabile delle tematiche legate all’inquinamento. Pensavo una coscienza più elevata numericamente ma comunque il dato emerso è molto importante.

Passando sul piano concreto, tra alcune delle pratiche più diffuse per contrastare inquinamento, sprechi e lotta al cambiamento climatico, svettano la raccolta differenziata (per fortuna) e il controllo dei consumi (energia, acqua…). A seguire l’uso quotidiano della borraccia, che sta diventando sempre più frequente. Super interessante, oltre all’uso di energie alternative, è che quasi il 10% consuma zero plastica. Andrebbe sicuramente approfondito in che termini sia stata intesa la risposta (l’ho tenuta troppo generica) però mi sembra un’ottima percentuale su un target così ampio.

La domanda conclusiva si ricollegava invece ai brand. Quali i più green? Tantissime risposte diverse ma tra i più citati in assoluto c’è l’Enel. Non mancano nomi del food (come Ferrero) o brand che di sostenibilità e inclusione hanno fatto i valori assoluti come ad esempio l’Ikea. Che sia un’azienda svedese una delle più virtuose, non stupisce.

Spero che l’articolo sia stato interessante. Per farmi sapere che ne pensi: hello@stefaniabarbato.com

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